Buone Vacanze

Prima di partire per le vacanze, abbiamo voluto mettere insieme in un video le foto che ci ricordano delle tante attività svolte nelle nostre comunità di Heidenheim e Giengen. Grazie al Consiglio Pastorale per l'impegno, e grazie ad ognuno che ha partecipato. Buone vacanze!!!

Don Denis.

Un'esperienza in Uganda

Il freddo del lunedi 26 febbriaio non ci ha fermati dal partire. Cosi siamo partiti per l’Uganda col nostro volo Turkish Airlines, verso Entebbe, poi ancora al villaggio di Kasanje (circa 40 kilometri da Kampala) dove i bambini dell’asilo St. Monica Junior School ci aspettavano. Per Raffaele, il nostro chiericchetto a Heidenheim, essendo la prima volta di uscire dal vecchio continente Europa, è comprensibile che era una grande curiosità: che cosa si mangia in Uganda? Dove dormiremo? Come mi devo vestire? Ci sono i leoni? Ecc.

Comunque, insieme ai nostri 2 amici (Thomas e Paulo) da Bad Liebenzell nel Schwarzwald, siamo partiti per fare una esperienza in Uganda. L’unica cosa comune a tutti i tre è che era la prima volta in Africa per ognuno. Arrivati il giorno seguente (verso le 5.00 di mattina), siamo andati a riposarci in un Hotel a Nsambya per qualche ora, prima di iniziare a girare la città di Kampala.

Evidente era il contrasto tra la povertà e la ricchezza. Nella città ci si trova tutto il necessario per vivere, mentre nei villaggi c’è la povertà assoluta. Con i diversi incontri durante il soggiorno, si sperimenta ancora i valori umani: il calore umano dell’africano, la gentilezza, il rispetto, ed il senso dell’appartenenza. Insomma, gente povera, ma felice!!!!!!

Arrivati a Kasanje, insieme agli altri 2 amici Wolfgang e Ronald, abbiamo potuto realizzare dei lavori manuali, per rendere l’asilo più bello. Oltre a dipingere la nuova cucina, abbiamo anche piantato tanti alberi, ed abbiamo partecipato a tante altre attività. È stata una esperienza bellissima, condividere la vita con quei bambini - tanti dei quali sono orfani – e con il popolo del villaggio. Un grazie a chiunque ha dato qualche offerta, e qualche regalo. Il Signore vi benedica.

Festa della Donna

Il gruppo donne di Heidenheim ha festeggiato la festa della donna.

Quaresima – Tempo per fermarsi, guardare, e ritornare

Il Papa nella sua omelia all’inizio del periodo di Quaresima di questo anno 2018, ha insistito su 3 verbi che dovrebbero accompagnare questo tempo: Fermarsi, guardare, ritornare.

Fermati un po' davanti alla necessità di apparire, di stare continuamente in vetrina, che fa dimenticare il valore dell'intimità. Fermati davanti al rumore, fermati davanti a ciò che è vuoto ed effimero. Lascia questa agitazione e questo correre senza senso che riempie l'anima dell'amarezza di sentire che non si arriva mai da nessun parte. Fermati, lascia questo obbligo di vivere in modo accelerato, che disperde, divide e finisce per distruggere il tempo della famiglia, il tempo dell'amicizia, il tempo dei figli, il tempo dei nonni, il tempo della gratuità, il tempo di Dio

Guarda, invece, i segni che impediscono di spegnere la carità, che mantengono viva la speranza. Guarda i volti che ci interpellano. I volti dei giovani carichi di futuro e speranza che si fanno largo in mezzo ai nostri calcoli egoistici e meschini. I volti dei nostri anziani, dei nostri malati e dei tanti che se ne fanno carico. I volti pentiti dei tanti che cercano di rimediare ai propri errori e lottano per trasformare le situazioni e andare avanti.

"Guarda e contempla - ha insistito - il volto concreto di Cristo crocifisso per amore di tutti senza esclusione". "Di tutti?", si è chiesto Francesco. "Sì, di tutti. Guardare il suo volto è l'invito pieno di speranza di questo tempo di Quaresima per vincere i demoni della sfiducia, dell'apatia e della rassegnazione. Volto che ci invita ad esclamare: il Regno di Dio è possibile! Fermati, guarda e ritorna. Lascia che il Signore guarisca le ferite del peccato e compia la profezia fatta ai nostri padri: 'Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne".

Ritorna alla casa di tuo Padre, alle braccia protese di tuo Padre, ricche di misericordia che ti aspetta. Questo è il tempo per lasciarsi toccare il cuore. Rimanere nella via del male è solo fonte di illusione e di tristezza. La vera vita è qualcosa di molto diverso, e il nostro cuore lo sa bene. Dio non si stanca né si stancherà di tendere la mano. Ritorna senza paura a sperimentare la
tenerezza risanatrice e riconciliatrice di Dio!".

 

Dopo l'omelia, è iniziata l'imposizione delle Ceneri, che sono state ricavate dagli ulivi della Domenica delle Palme del 2017. Al Papa le Ceneri sono state imposte dal cardinale slovacco Jozef Tomko, titolare della Basilica dei Domenicani, che poi le ha a sua volta ricevute dal Papa.

Messaggio del Papa in Chile

Il Papa è stato in Chile, e dopo ha visitato Perù. Ecco la sua Omelia

«Vedendo le folle» (Mt 5,1). In queste prime parole del Vangelo che abbiamo appena ascoltato troviamo l’atteggiamento con cui Gesù vuole venirci incontro, il medesimo atteggiamento con cui Dio ha sempre sorpreso il suo popolo (cfr Es 3,7). Il primo atteggiamento di Gesù è vedere, guardare il volto dei suoi. Quei volti mettono in movimento l’amore viscerale di Dio. Non sono state idee o concetti a muovere Gesù... sono stati i volti, le persone; è la vita che grida alla Vita che il Padre ci vuole trasmettere.

Vedendo le folle, Gesù incontra il volto della gente che lo seguiva e la cosa più bella è vedere che la gente, a sua volta, incontra nello sguardo di Gesù l’eco delle sue ricerche e aspirazioni. Da tale incontro nasce questo elenco di beatitudini che sono l’orizzonte verso il quale siamo invitati e sfidati a camminare. Le beatitudini non nascono da un atteggiamento passivo di fronte alla realtà, né tantomeno possono nascere da uno spettatore che diventa un triste autore di statistiche su quanto accade. Non nascono dai profeti di sventura che si accontentano di seminare delusioni. Nemmeno da miraggi che ci promettono la felicità con un “clic”, in un batter d’occhi. Al contrario, le beatitudini nascono dal cuore compassionevole di Gesù che si incontra con il cuore compassionevole e bisognoso di compassione di uomini e donne che desiderano e anelano a una vita beata; di uomini e donne che conoscono la sofferenza, che conoscono lo smarrimento e il dolore che si genera quando “trema la terra sotto i piedi” o “i sogni vengono sommersi” e il lavoro di tutta una vita viene spazzato via; ma che ancora di più conoscono la tenacia e la lotta per andare avanti; ancora di più conoscono il ricostruire e il ricominciare.

Com’è esperto il cuore cileno di ricostruzioni e di nuovi inizi! Come siete esperti voi del rialzarsi dopo tanti crolli! A questo cuore fa appello Gesù; perché questo cuore riceva le beatitudini!

Le beatitudini non nascono da atteggiamenti di facile critica né dagli “sproloqui a buon mercato” di coloro che credono di sapere tutto ma non vogliono impegnarsi con niente e con nessuno, e finiscono così per bloccare ogni possibilità di generare processi di trasformazione e di ricostruzione nelle nostre comunità, nella nostra vita. Le beatitudini nascono dal cuore misericordioso che non si stanca di sperare. E sperimenta che la speranza «è il nuovo giorno, lo sradicamento dell’immobilità, lo scuotersi da una prostrazione negativa” (Pablo Neruda, El habitante y su esperanza, 5).

Gesù, dicendo beato il povero, colui che ha pianto, l’afflitto, il sofferente, colui che ha perdonato…, viene a sradicare l’immobilitàparalizzante di chi crede che le cose non possono cambiare, di chi ha smesso di credere nel potere trasformante di Dio Padre e nei suoi fratelli, specialmente nei suoi fratelli più fragili, nei suoi fratelli scartati. Gesù, proclamando le beatitudini viene a scuotere quella prostrazione negativa chiamata rassegnazione che ci fa credere che si può vivere meglio se evitiamo i problemi, se fuggiamo dagli altri, se ci nascondiamo o rinchiudiamo nelle nostre comodità, se ci addormentiamo in un consumismo tranquillizzante (cfr Esort. ap.Evangelii gaudium, 2). Quella rassegnazione che ci porta a isolarci da tutti, a dividerci, a separarci, a farci ciechi di fronte alla vita e alla sofferenza degli altri.

Le beatitudini sono quel nuovo giorno per tutti quelli che continuano a scommettere sul futuro, che continuano a sognare, che continuano a lasciarsi toccare e sospingere dallo Spirito di Dio.

Quanto ci fa bene pensare che Gesù dal Cerro Renca o da Puntilla viene a dirci: “Beati...”. Sì, beato tu e tu, ognuno di noi. Beati voi che vi lasciate contagiare dallo Spirito di Dio e lottate e lavorate per questo nuovo giorno, per questo nuovo Cile, perché vostro sarà il regno dei cieli. «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

E di fronte alla rassegnazione che come un ruvido brusio mina i nostri legami vitali e ci divide, Gesù ci dice: beati quelli che si impegnano per la riconciliazione. Felici quelli che sono capaci di sporcarsi le mani e lavorare perché altri vivano in pace. Felici quelli che si sforzano di non seminare divisione. In questo modo, la beatitudine ci rende artefici di pace; ci invita ad impegnarci perché lo spirito della riconciliazione guadagni spazio fra noi. Vuoi gioia? Vuoi felicità? Felici quelli che lavorano perché altri possano avere una vita gioiosa. Desideri pace? Lavora per la pace.

Non posso fare a meno di evocare quel grande Pastore che ebbe Santiago, il quale in un Te Deum disse: « “Se vuoi la pace, lavora per la giustizia” [...] E se qualcuno ci domanda: “Cos’è la giustizia?”, o se per caso pensa che consista solo nel “non rubare”, gli diremo che esiste un’altra giustizia: quella che esige che ogni uomo sia trattato come uomo» (Card. Raúl Silva Henríquez, Omelia nel Te Deum Ecumenico, 18 settembre 1977).

Seminare la pace a forza di prossimità, a forza di vicinanza! A forza di uscire di casa e osservare i volti, di andare incontro a chi si trova in difficoltà, a chi non è stato trattato come persona, come un degno figlio di questa terra. Questo è l’unico modo che abbiamo per tessere un futuro di pace, per tessere di nuovo una realtà che si può sfilacciare. L’operatore di pace sa che molte volte bisogna vincere grandi o sottili meschinità e ambizioni, che nascono dalla pretesa di crescere e “farsi un nome”, di acquistare prestigio a spese degli altri. L’operatore di pace sa che non basta dire: non faccio del male a nessuno, perché, come diceva Sant'Alberto Hurtado: «Va molto bene non fare il male, ma è molto male non fare il bene” (Meditación radial, abril 1944).

Costruire la pace è un processo che ci riunisce e stimola la nostra creatività per dar vita a relazioni capaci di vedere nel mio vicino non un estraneo, uno sconosciuto, ma un figlio di questa terra.

Affidiamoci alla Vergine Immacolata che dal Cerro San Cristóbal custodisce e accompagna questa città. Che lei ci aiuti a vivere e a desiderare lo spirito delle beatitudini; affinché in tutti gli angoli di questa città si oda come un sussurro: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).